Misano, venerdì mattina. Il World Ducati Week non è ancora entrato davvero nel vivo, ma basta arrivare in circuito per capire che questa non sarà una semplice edizione. C’è traffico, c’è caldo, c’è rumore. Soprattutto, c’è rosso ovunque. Rosse le maglie, rossi i cappellini, rosse le moto parcheggiate una accanto all’altra come se il paddock del Misano World Circuit fosse diventato per tre giorni una piccola Borgo Panigale sul mare. 

Ci sono PanigaleMultistradaMonsterScrambler, Diavel. Alcune lucidissime, altre sporche di viaggio. Molti sono arrivati in moto, come va fatto qui. Perché il WDW non è un evento a cui si partecipa soltanto: è un pellegrinaggio di motociclisti. Misano lo ospita dalla prima edizione del 1998.

Per essere venerdì, la gente è tanta. Tantissima. Il paddock è pieno già dalle prime ore. Non pieno come una domenica di gara, certo. Ma pieno nel modo in cui capisci che c’è qualcosa di diverso. Famiglie, club Ducati arrivati da mezza Europa, ragazzi con le maglie di Bagnaia, bambini che cercano Marc Marquez con gli occhi, signori che davanti a una 916 parlano come se stessero guardando un quadro.

Effetto Marc Marquez? Forse sì. O forse non solo. Il primo WDW rosso di Marquez. Era già stato al WDW due anni fa, ma allora era un pilota Gresini. Ducati, sì. Rosso, non ancora. Stavolta arriva da pilota factory, con la tuta ufficiale, dentro il box più importante di Borgo Panigale e con addosso un peso sportivo enorme. Il mondiale dominato dello scorso anno ha cambiato la percezione. Le due vittorie nelle ultime tre gare, tra Balaton e Brno, hanno fatto il resto. Una rimonta mondiale che sembrava impossibile è diventata prima credibile, poi quasi probabile.

Lo senti quando passa il nome di Marc nelle conversazioni. Lo senti quando la gente si ferma davanti al box Ducati anche se non c’è nessuno. Lo senti quando, in conferenza, basta che entri lui perché la stanza cambi rumore. Marquez, probabilmente, è il detonatore emotivo di questo WDW. Ma il bello è che, dentro tutto questo, Ducati non diventa solo Marc Marquez. Diventa memoria, presente, futuro. Diventa un museo aperto, una festa popolare, una conferenza stampa, un giro d’onore, una Race of Champions da aspettare come una gara vera anche se tutti dicono che è solo spettacolo.

Il museo: cento anni, cento storie. Prima della conferenza, però, il paddock ti risucchia. C’è l’area museo, costruita intorno a uno slogan: “100 Years. 100 Stories. One Legend.” Dentro ci sono moto che non sono soltanto moto. Sono capitoli. La Desmosedici GP07 di Casey Stoner, quella del mondiale 2007, ha ancora addosso qualcosa di irreale. È la Ducati che ha cambiato per sempre la storia moderna di Borgo Panigale in MotoGP. La guardi e pensi a una moto brutale, diversa, capace di mettere insieme velocità, elettronica, coraggio e un pilota che quell’anno sembrava nato per portarla oltre il limite.

Poco più in là c’è la Desmosedici RR 2008, la replica stradale della MotoGP. Una follia bellissima, annunciata al WDW e poi mostrata nella sua versione definitiva al Mugello, come se Ducati avesse voluto dire ai suoi tifosi: quello che vedete in pista, in qualche modo, può arrivare anche sulla strada. Poi c’è la 999R SBK, una moto che forse non ha mai avuto il consenso estetico universale di altre Ducati, ma che in pista ha parlato con i numeri. Tra il 2003 e il 2007 ha costruito un pezzo enorme della leggenda Superbike di Borgo Panigale: vittorie, titoli, piloti simbolo come Neil Hodgson, James Toseland e Troy Bayliss.

E poi le moto più vicine a noi. La Desmosedici GP22 di Pecco Bagnaia, quella del ritorno al titolo MotoGP nell’era moderna, la prima Ducati campione con un pilota italiano. E la Panigale V4 R F22 di Alvaro Bautista, la moto che ha riportato Ducati sul trono della Superbike. Queste sono soltanto un’unghia di tutto quello che c’è esposto. E forse meriterebbero un articolo a parte. Anzi, più di uno. 

La conferenza: La sala stampa si riempie in fretta. Entrano i piloti MotoGP e Superbike legati a Ducati. Mancano Alex Marquez e Fermin Aldeguer per problemi fisici, con Aldeguer che salterà anche il Sachsenring la prossima settimana. Per il resto, il colpo d’occhio è quello dei giorni importanti. Marc entra con il sorriso. Non quello tirato da conferenza stampa normale, ma quello un po’ più leggero di chi sa di essere dentro una festa. Appena arriva Nicolò Bulega, lo guarda e gli fa una battuta che dice tutto: “Quest’anno bam bam bam”. E mima il martello. Bulega ride. La sua stagione in Superbike è una roba fuori scala. Ha vinto tutto quello che c’era da vincere fino a questo momento, trasformando il 2026 in una lunga serie di martellate. Vittorie consecutive, pole, podi, dominio tecnico e mentale. Una di quelle stagioni in cui, a un certo punto, il problema non è più chiedersi se vincerà. È chiedersi come farà a non farlo.

Poi prende la parola Claudio Domenicali. L’amministratore delegato di Ducati parla del brand, del centenario, dell’importanza di un evento che non è soltanto marketing ma appartenenza. Il WDW è una festa, certo. Ma per Ducati è anche un modo di ricordare a tutti che nessun’altra casa vive il rapporto con i propri tifosi esattamente così. Poi il discorso scivola verso la Race of Champions, insieme a Mauro Grassilli, Sporting Director di Ducati Corse.

La Race of Champions: spettacolo, ma fino a un certo punto La Race of Champions è uno dei momenti più attesi del World Ducati Week. Sulla carta è una gara spettacolo. I piloti Ducati MotoGP e Superbike si sfidano con Panigale V4 preparate per l’occasione, spesso con livree speciali, davanti ai tifosi. Nella pratica, però, quando metti piloti così su una griglia di partenza, la parola “spettacolo” dura più o meno fino allo spegnimento del semaforo. Poi diventa gara.

Lo sanno tutti. Lo sanno i piloti, lo sa Ducati, lo sa il pubblico. E lo sa anche Domenicali, che infatti a un certo punto guarda Marc Marquez, sorride e butta lì una frase che suona come una carezza e un avvertimento. “Ricordatevi che c’è un mondiale da giocarci.” Traduzione: divertitevi, ma non fatevi male per una garetta. Marc capisce subito il riferimento. Si gira, sorride e risponde: “Perché guardi proprio me?”

La sala ride. Marquez è il pilota dell’impossibile, ma anche quello degli infortuni, delle rimonte fisiche, delle operazioni, dei rientri al limite. Il pilota che più di tutti ha fatto della caduta una parte del proprio mito e del proprio prezzo.

Poi il clima cambia. Si parla di Pecco Bagnaia. Sarà il suo ultimo World Ducati Week da pilota Ducati, dopo l’annuncio del passaggio in Aprilia dal 2027 con un accordo quadriennale. Una notizia che si sapeva, che era nell’aria da mesi, ma che quando diventa realtà sposta comunque qualcosa. Pecco è il vincitore delle ultime due Race of Champions. E stavolta, forse più che mai, ha addosso una missione simbolica: vincere per salvare l’onore, chiudere il cerchio, lasciare un’ultima immagine forte dentro casa Ducati.

Quando prende il microfono, però, non c’è arroganza. Non c’è voglia di fare il duro. C’è una malinconia composta. “Sono stati otto anni fantastici, con alti e bassi. È impossibile riassumere tutto in una parola. È chiaro che le ultime due stagioni non sono andate come volevamo, soprattutto la scorsa. Ma voglio ricordare solo i bei momenti e penso che ne abbiamo avuti molti. Ho sempre amato far parte di questa famiglia e ricorderò per sempre cosa Ducati ha fatto per me e cosa significa per me. Continuerò ad essere un loro fan. Dall’anno prossimo saremo rivali ma questo fine settimana voglio godermelo. Voglio godermi i Ducatisti e passare un bel fine settimana.”

Quando finisce, la sala stampa applaude. Non è un applauso normale. È uno di quegli applausi che nascono perché tutti sanno che un ciclo sta finendo davvero. Pecco mancherà. Può piacere o non piacere, può aver vissuto stagioni complicate, può essere stato messo in discussione mille volte. Ma Bagnaia per Ducati è stato il pilota che ha riportato il titolo MotoGP a Borgo Panigale nell’era moderna. Dal 2027 sarà un rivale.

La conferenza sta per chiudersi. Poi arriva il microfono. A noi. PoleGP. La domanda è per Marc Marquez. “È il primo WDW che fai vestito di rosso. Come ti senti? Come vivrai il weekend?” Il microfono passa dalle mani di Bagnaia a quelle di Marc. Pecco sorride e, prima di lasciarglielo, dice: “È rosso”. La citazione è chiara: il video del rinnovo fino al 2028, la frase, il simbolo, il colore diventato ormai parte della narrazione di Marquez in Ducati. 

Marc sorride anche lui. Poi risponde. “Sono molto contento. Già due anni fa ero stato qua e avevo ricevuto un primo assaggio del WDW da Ducatista. Quest’anno sarà speciale farlo vestito di rosso. Voglio godermi la festa e il centenario e speriamo che non sia l’ultimo WDW in cui sono vestito di rosso.” Poi ci guarda ancora e sorride. La conferenza finisce così. Con Marc che si alza, i piloti che si muovono, la sala che si svuota e la sensazione che la prima giornata abbia già dato abbastanza materiale per raccontare mezza stagione.

Qualche ora più tardi, i piloti tornano in pista. Non per una gara. Non ancora. Un giro d’onore, ognuno con la moto con cui corre: i piloti MotoGP con le MotoGP, i piloti Superbike con le Superbike. È solo un passaggio per il pubblico. Sorrisi, saluti, qualche impennata, telefoni alzati ovunque.

Il rumore delle Desmosedici a Misano ha sempre qualcosa di particolare. La prima giornata si chiude così: con la fiumana rossa ancora dentro il circuito, la Race of Champions che inizia a pesare nei discorsi e con quella sensazione strana che hanno soltanto i grandi eventi come questo.

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