Danilo Petrucci saluta la Superbike a Jerez dopo quattro stagioni, tre vittorie e una storia da raccontare. Il passaggio alla BMW doveva essere il coronamento del suo percorso, ma si è trasformato forse nella sua più grande delusione

C’è qualcosa di profondamente amaro nell’ultimo weekend di Danilo Petrucci in Superbike. Non tanto perché a Jerez si concluderà la sua esperienza con BMW, quanto perché questa separazione arriva dopo aver conquistato una moto ufficiale con cui provare a lottare per il Mondiale, che inseguiva da anni. La notizia, peraltro, va precisata. Petrucci nel 2027 non correrà con BMW e, salvo ribaltoni, nel WorldSBK. Non ha però escluso una futura collaborazione con la Casa tedesca in un altro ruolo o in un’altra categoria. Non è dunque un ritiro dalle corse annunciato, ma Jerez rappresenta, salvo ripensamenti, il suo addio alla Superbike.
Petrucci era arrivato nel WorldSBK nel 2023, dopo un percorso professionale praticamente irripetibile, passando attraverso la MotoGP, le vittorie con Ducati, la Dakar e l’esperienza in MotoAmerica. Con il team Barni aveva trovato una nuova occasione per dimostrare di poter essere ancora protagonista. Il primo anno era servito a prendere le misure alla categoria. Poi, nel 2024, era arrivata la straordinaria tripletta di Cremona, tre vittorie nello stesso weekend davanti al pubblico italiano. Un’impresa che aveva restituito a Petrucci finalmente un ruolo di primo piano.
Nei tre anni con Barni aveva raccolto 20 podi, tre vittorie e due quinti posti finali nel Mondiale, conquistando nel 2024 e nel 2025 anche il primato tra i piloti indipendenti. Numeri che spiegano perché la chiamata di BMW fosse meritata, non un regalo di fine carriera. Nel 2026 Petrucci aveva poi raccolto l’eredità di Toprak Razgatlioglu sulla M 1000 RR. Una responsabilità enorme, ma anche l’opportunità di salire finalmente su una moto ufficiale reduce da grandi successi.

Qualcosa però si è rotto. L’adattamento alla BMW si è rivelato molto più difficile del previsto. Risultati lontani dal podio, difficoltà nel trovare continuità e una caduta a Most che gli ha provocato la frattura del coccige, costringendolo a saltare due round. Nel frattempo, il compagno Miguel Oliveira è riuscito a salire sul podio, rendendo ancora più evidente il divario di rendimento.
Sarebbe sbagliato nasconderlo: l’esperienza BMW è stata una delusione. Petrucci non è riuscito a trasformare la grande occasione in risultati all’altezza delle aspettative. Ma sarebbe altrettanto ingiusto attribuire tutto alla sua velocità o considerare questo 2026 la misura definitiva del suo valore. Una moto diversa dalla Ducati, un adattamento mai completato, un infortunio pesante e forse anche la pressione di sostituire Razgatlioglu hanno contribuito a costruire una stagione difficilissima. Non sono alibi sufficienti a cancellare i risultati, ma sono elementi necessari per giudicarli.
Petrucci stesso ha ammesso quanto sia stato complicato accettare tanti sacrifici in cambio di poche soddisfazioni. Aveva impiegato tre anni per guadagnarsi quella possibilità, ma ne è bastato uno per vederla svanire. Il suo percorso in Superbike, però, non si riduce all’ultimo capitolo. Rimangono Cremona, le vittorie con una squadra indipendente e la dimostrazione che un pilota uscito dalla MotoGP può reinventarsi senza vivere soltanto del proprio passato.

