Ci stiamo avvicinando al 2027, anno in cui il paddock del motomondiale è pronto ad abbracciare l’attuale leader del mondiale Superbike Nicolò Bulega. Da qui nasce una domanda: “La Superbike è davvero inferiore alla MotoGP?”

Sebbene ad oggi manchi ancora l’annuncio ufficiale, la lunga trattativa tra VR46 e Nicolò Bulega sembra essere terminata. L’italiano che sta dominando il mondiale di Superbike sarà, con ogni probabilità, in sella alla GP 27 del team di Alessio (Uccio) Salucci.
Il 6 agosto, sul circuito del Mugello, si è disputata l’ultima giornata di test estivi sulle moto 2027 (850cc). I prossimi test andranno in scena (si fa per dire, dal momento che non saranno trasmessi da nessun’emittente televisiva) il 21 settembre sul circuito austriaco di Spielberg.
Nella giornata del 6 agosto il riferimento cronometrico è stato ancora una volta fatto segnare dalla Ducati di Bulega, tester per il costruttore di Borgo Panigale. Il tempo fatto segnare, 1.2 secondi più veloce della Honda di Nakagami, seppur di relativa importanza trattandosi di un test, sta facendo parlare molto il paddock in merito alla velocità di Ducati e del pilota ormai quasi ex Superbike. Come ogni qual volta che un pilota Superbike si affaccia alla finestra della MotoGP, anche in questo caso, il dibattito sulla competitività dei due campionati messi a confronto è destinato ad accendersi. Ma cosa ci dice la storia in merito? I grandi campioni della Superbike hanno sempre faticato in MotoGP? Cerchiamo di capire.

L’esempio più recente di grande campione di Superbike approdato in MotoGP ci arriva proprio dalla stagione in corso: Toprak Razgatioglu. Intanto, come si presenta Toprak al paddock della MotoGP? Ci si presenta da campione affermato. Si è laureato campione del mondo Superbike per ben tre volte (2021, 2024 e 2025) ed è considerato uno dei piloti più forti che quella categoria abbia mai avuto. Anche se il suo impatto con la MotoGP, finora, non è stato esaltante. Però cerchiamo di contestualizzare.
Per quanto sia un esempio recente, e di conseguenza ottimo per orientarci nell’attuale MotoGP, ben diversa da quella di appena dieci anni fa, in realtà potrebbe risultare fuorviante. Questo perché il suo primo approccio alla massima serie delle corse a due ruote è reso complicato dal mezzo, tutt’altro che competitivo, che ha a disposizione. La Yamaha M1 del Turco, infatti, è ben lontana dall’essere una moto in grado di metterlo in condizioni di vincere e, negli ultimi anni, ha fatto girare la testa a piloti ben più esperti di lui. C’è anche da dire che ad oggi non sta neanche sfigurando. Alle porte del Gran premio di Aragon, è ancora l’ultima Yamaha in classifica, ma non è molto distante da Rins e Miller.

In merito al suo periodo di adattamento con la categoria, dopo il weekend di Silverstone ha detto “In alcune zone faccio ancora molta fatica perché devo imparare a rialzare la moto nel modo giusto. È diverso rispetto alla Superbike. Devo semplicemente imparare un nuovo stile. Per me questo è ancora un periodo nel quale devo capire tante cose.”
«Sto cercando di adattare il mio stile alla moto. In questo momento sono concentrato soprattutto su questo. Ogni weekend cerco di prendere gli aspetti positivi e imparare qualcosa.»
Per il momento è impossibile trarre conclusioni sulla sua carriera in MotoGP. Conoscendo le straordinarie doti che ha mostrato nella sua carriera in Superbike, tra Kawasaki, Yamaha e BMW, sarebbe un peccato non vedergli mai tra le mani una moto del livello del suo talento.

Facciamo un salto nel passato di ventitré anni e torniamo al 2003, anno del debutto in MotoGP di Colin Edwards. L’americano arriva nel paddock più prestigioso del mondo con tantissime aspettative su di lui. Colin si presentava da bi-campione del mondo Superbike, con alle spalle 31 vittorie e 75 podi in otto stagioni. Ha corso in MotoGP per dodici anni, conquistando altrettanti podi ma zero vittorie. A differenza di quanto accaduto finora a Toprak, lui a disposizione ha avuto sia il tempo che anche alcune moto competitive, riuscendo però a concretizzare poco. Probabilmente il pilota di Houston rappresenta, tutt’oggi, una delle più grandi promesse mai mantenute della storia di questo sport.

Sempre nel 2003, la MotoGP aveva assistito all’arrivo di un altro fenomeno della Superbike: Troy Bayliss. Un Pilota australiano tre volte campione del mondo, detentore di 52 vittorie e 94 podi. A onor del vero, quella del 2003 non era stata la sua prima apparizione nel motomondiale, era infatti stato protagonista di una wild card nel 1997 al Gran premio d’Australia sulle 250. L’esperienza vera e propria di Bayliss in MotoGP è durata tre stagioni, nessuna di queste corsa mai su una moto davvero all’altezza della concorrenza.
La sua miglior annata fu quella d’esordio per lui e per la moto che guidava, la Ducati, casa con cui aveva conquistato tutti i successi iridati in Superbike. Concluse la stagione al sesto posto finale, potendosi ritenere soddisfatto dei risultati ottenuti. Le stagioni seguenti, quella 2004 e quella 2005, non furono altrettanto positive e il passaggio in Honda, proprio dell’ultimo campionato, non diede i risultati sperati. Così a fine di quell’anno decise di ritirarsi.
È proprio dopo il ritiro che toccò il punto più alto della carriera in MotoGP. Chiamato da Ducati per il finale stagione 2006, a Valencia, in sostituzione di Sete Gibernau, l’australiano trionfò in quella che fu la sua ultima apparizione nella classe regina delle due ruote. Bayliss rimane, ancor oggi, l’unico pilota ad essere riuscito a trionfare sia in MotoGP che in Superbike.

Anche se questo viaggio nel passato è stato rapido e non di certo esaustivo, ci basta per apprendere che tutte le volte che sono arrivati piloti dalla Superbike in MotoGP hanno poi faticato. Oltre a ciò si potrebbero aggiungere le storie di tutti quelli che, pur non brillando nella classe regina, si sono ricostruiti una carriera in Superbike. Ma pensare che possa bastare la storia di altri piloti per prevedere il futuro di Bulega nel 2027 sarebbe presuntuoso e ingenuo.
Ogni pilota ha il diritto di scrivere la sua di storia, e la penna con cui ciò avviene sono la sua moto il suo talento. La velocità che Nicolò sta dimostrando in questi test fa sicuramente ben sperare, e immaginarselo competitivo l’anno prossimo sembra tutt’altro che utopistico.
La possibilità di testare più di tutti i suoi i rivali sarà un grande vantaggio? Di certo gli farà comodo, ma, come ha suggerito Livio Suppo sul canale di The Talking Helmet, potrebbe essere un vantaggio minore di quanto immaginiamo. Tutti i piloti si adattano molto facilmente a nuove moto e nuove condizioni, pertanto, l’ipotetico vantaggio dell’italiano potrebbe essere colmato già nei test pre-stagionali. Certezze è impossibile averne, ciò che rimane è solo tanta curiosità.

