Editoriale di Simone Landi
Toprak Razgatlioglu è già in MotoGP, Nicolò Bulega lo raggiungerà nel 2027 dopo aver demolito tutti nel 2026. Restano Miller, Binder, Oliveira e tanti nomi importanti, ma il futuro della categoria non può dipendere dagli “scarti” della MotoGP. La vera sfida sarà costruire nuovi riferimenti senza trasformare la Superbike in una semplice categoria propedeutica

C’è una domanda volutamente brutale che la Superbike dovrà iniziare a porsi dal giorno dopo l’ultima gara del 2026: chi se la guarderà, adesso? Non perché mancheranno piloti forti, per carità, né perché il livello tecnico crollerà, e nemmeno perché ciò che abbiamo visto quest’anno sia stato esattamente il massimo della suspense: Nicolò Bulega ha trasformato il campionato in una dimostrazione di superiorità, con 23 vittorie già nei primi otto round, una striscia record di 21 successi consecutivi nel 2026 – 25 contando il finale del 2025 – e nessun piazzamento fuori dal podio fino alla conquista anticipata del titolo a Cremona. Dopo dieci round aveva 602 punti contro i 469 di Iker Lecuona. Insomma, meno coinvolgente di una stagione in cui sai quasi sempre chi vincerà è difficile. Ma il problema del 2027 sarà un altro: la Superbike perderà in due anni i due personaggi attorno ai quali aveva costruito buona parte della propria narrazione recente.
Toprak Razgatlioglu se n’è già andato. Tre volte campione del mondo, personaggio enorme, stile riconoscibile anche da chi guarda una gara ogni tre mesi, nel 2026 è diventato pilota MotoGP con Pramac. Bulega farà lo stesso dodici mesi più tardi, passando sulla Ducati VR46 da campione WorldSBK in carica. Due trasferimenti consecutivi nella stessa direzione non fanno ancora una tendenza storica, perché il passaggio Superbike-MotoGP è sempre esistito: Ben Spies lo fece dopo aver vinto il Mondiale 2009, Cal Crutchlow dopo la sua crescita tra Supersport e SBK, prima ancora Edwards, Bayliss e altri. Ma negli ultimi anni la Superbike aveva soprattutto costruito campioni che diventavano leggende restando lì. Toprak e Bulega aprono invece una domanda nuova: e se il mondiale Superbike tornasse a essere percepito come una strada alternativa per arrivare alla MotoGP?

La risposta più immediata sembra facile: tranquilli, arriveranno i nomi dalla MotoGP. Nel 2027 Jack Miller correrà con Yamaha e Brad Binder con BMW, mentre Miguel Oliveira resterà nel progetto bavarese. È gente con un curriculum che non ha bisogno di presentazioni: Binder ha vinto in MotoGP, Miller pure, Oliveira addirittura cinque volte. Sono nomi riconoscibili e sicuramente porteranno attenzione. Ma sarebbe pericolosissimo pensare che basti prendere un pilota proveniente dalla MotoGP, metterlo su una Superbike e aspettare che diventi automaticamente il nuovo padrone del campionato.
Gli ultimi anni hanno già smontato questa convinzione. Danilo Petrucci è diventato un pilota di vertice della categoria, ha vinto gare e nel 2024 ha persino firmato una splendida tripletta a Cremona, ma ha chiuso quinto sia nel mondiale 2024 sia nel 2025: forte, amatissimo, competitivo, sì; dominatore automatico perché ex MotoGP, assolutamente no. Nel 2026 l’esperienza con BMW è stata molto più complicata e le parti hanno già deciso di separarsi a fine stagione. Miguel Oliveira, arrivato quest’anno dalla MotoGP, ha mostrato velocità e raccolto podi, ma non ha semplicemente preso la moto di Toprak iniziando a vincere tutto. Somkiat Chantra è un altro esempio ancora più netto: il pedigree MotoGP non ha trasformato il passaggio nel WorldSBK in una passeggiata.
Per anni ci siamo portati dietro l’effetto Bautista. Álvaro arrivò dalla MotoGP nel 2019 e vinse le prime undici gare consecutive: sembrava quasi la dimostrazione definitiva che un buon pilota della classe regina potesse scendere tra le derivate di serie e demolire tutti. Poi quel Mondiale lo perse contro Jonathan Rea. Passò in Honda e in due stagioni raccolse appena tre podi; solo tornando sulla Ducati conquistò i titoli 2022 e 2023. Anche Scott Redding fu immediatamente competitivo, vicecampione nel 2020 e terzo nel 2021, ma nemmeno lui arrivò a “fare il Marquez” della Superbike. Il punto non è sminuire quei piloti: è l’opposto. La Superbike ha caratteristiche, moto, gomme, dinamiche di gara e specialisti propri. Non è la Serie B della MotoGP. E non dovrebbe raccontarsi come tale.

Allora i nomi vanno fatti. Il primo è inevitabilmente Iker Lecuona. Ha 26 anni, è già matematicamente vicecampione 2026 e a Cremona ha fatto qualcosa che fino a poche settimane fa sembrava quasi impossibile: ha battuto Bulega in tutte e tre le gare del weekend. Anche lui viene dalla MotoGP, certo, ed è anche il suo percorso a dimostrare quanto sia sbagliato considerare automatico il successo: prima della Ducati aveva corso per anni con Honda nel WorldSBK, e al momento della firma con Aruba il suo bottino in 113 gare con HRC era di appena due podi e una pole.
E Yari Montella? Ventisei anni, terzo nel Mondiale con 269 punti dopo Cremona, confermato da Barni anche per il 2027. È passato dalla Moto2 senza lasciare il segno, si è ricostruito nel WorldSSP, nel 2024 ha vinto sette gare e lottato per il titolo, poi ha fatto il salto in Superbike. Questo è esattamente il tipo di storia che il campionato deve imparare a valorizzare. Non serve che Montella si chiami Miller per essere raccontato come un possibile protagonista. Serve che vinca, che venga messo nelle condizioni di crescere e che il pubblico abbia il tempo di conoscerlo.
E poi c’è Alberto Surra, forse il caso più interessante in prospettiva. Ha appena 21 anni ed è già nono nel Mondiale con 140 punti alla sua prima stagione completa in Superbike. Nel 2025 era entrato nel WorldSSP da sostituto e aveva conquistato il podio addirittura al debutto; Motocorsa gli ha dato una Panigale V4 R nel 2026 e lui ha iniziato a farsi vedere anche davanti, tanto che a Cremona stava lottando nelle posizioni da podio prima di cadere in Gara 1.
Non possiamo non citare Stefano Manzi, campione Supersport 2025, che nel primo anno sulla R1 sta pagando l’adattamento ma ha già un contratto Yamaha anche per il 2027. Mattia Rato ha 21 anni ed è ancora molto più indietro, ma è il più giovane della griglia e arriva da un percorso completamente diverso. Sono nomi che oggi al pubblico generalista dicono molto meno di Miller o Binder. Il lavoro della Superbike è fare in modo che tra due o tre anni non sia più così.

Mettiamo che Surra esploda. Mettiamo che Montella diventi campione. Mettiamo che tra due anni arrivi dal WorldSSP un ventenne fenomenale, vinca gare, crei rivalità, costruisca una tifoseria e diventi il nuovo volto della categoria. Cosa succede? Dopo Toprak e Bulega, la MotoGP potrebbe guardarlo e dire: perfetto, prendiamo anche lui. La Superbike ha bisogno di creare nuove stelle proprio mentre ha appena dimostrato che quelle stelle possono usare il campionato come trampolino verso il paddock più ricco e mediaticamente più grande. È un paradosso.
Sportivamente il 2027 potrebbe persino essere molto più divertente del 2026. Bulega quest’anno ha fatto qualcosa di straordinario, ma 26 vittorie nelle prime 30 gare significano anche che per mesi il dubbio non era chi avrebbe vinto il Mondiale, ma quando sarebbe diventato matematico. Senza di lui potremmo ritrovarci Lecuona, Montella, Binder, Oliveira, Miller, Locatelli, Lowes, Gerloff e Morbidelli (manca l’annuncio ma è praticamente fatta per l’approdo in Aruba) raccolti in pochi decimi. E una stagione con cinque o sei vincitori possibili è esattamente ciò che serve.
Il rischio, però, è avere una classifica bellissima e una narrazione povera. Jack Miller attirerà pubblico perché Jack Miller è già Jack Miller. Brad Binder idem. Ma non devono essere loro a salvare la Superbike. Devono entrare nel suo mondo e confrontarsi con i suoi protagonisti. Il messaggio non può essere “guardate, sono arrivati quelli della MotoGP”, ma “vediamo se quelli della MotoGP riescono a battere Lecuona, Montella, Surra e gli specialisti che qui si sono costruiti una carriera”.
Non penso che il mondiale Superbike morirà senza Toprak e Bulega. Anzi, proprio il vuoto lasciato dai due potrebbe essere l’occasione migliore per capire quanto il campionato sia davvero solido. Però non bisogna nascondere il problema dietro la retorica del “ci sono sempre grandi piloti”. Certo che ci sono. Ma i grandi personaggi si costruiscono con le vittorie, con gli anni, con le rivalità e con il tempo dato al pubblico per affezionarsi.

Il 2027 sarà quindi una stagione di transizione nel senso più profondo del termine. Perché dovrà essere ridefinita l’identità della categoria. Da una parte c’è la possibilità di diventare sempre più un campionato dove chi non trova spazio in MotoGP prova a rilanciarsi e dove chi esplode può poi tornare nella classe regina. Dall’altra c’è la possibilità di tornare a produrre un nuovo Rea: uno che arriva, vince, resta, diventa il volto del campionato e un giorno si ritira sapendo di non aver avuto bisogno di andare altrove per diventare una leggenda. Io spero nella seconda.
Perché la Superbike non ha bisogno di essere la sorella minore della MotoGP. Non ha bisogno di chiedere in prestito i suoi protagonisti e non dovrebbe aver paura quando la MotoGP glieli porta via. Ma ha bisogno di fare quello che ha sempre saputo fare nei suoi momenti migliori: prendere piloti fortissimi, moto che il pubblico riconosce, costruire rivalità e creare i propri eroi.

