Giù le mani da Máximo Quiles. Davvero. Giù le mani. Perché quello che sta succedendo attorno a lui non è narrazione ma un errore sistematico visto e rivisto mille volte con tantissimi piloti. Ed è il modo migliore per bruciare un talento prima ancora che diventi grande 

Il ragazzo di Aspar, campione dell’European Talent Cup nel 2021 e 2023,  ha fatto una stagione d’esordio in Moto3 nel 2025 che parla da sola. 3° in classifica finale (e ha saltato le prime due gare perché non aveva raggiunto ancora l’età minima e altre due per infortunio), tre vittorie e nove podi (il primo alla terza gara di sempre nel motomondiale). Risultati, velocità, maturità. Roba quasi da predestinato urlato, in quanto Maximo è uno che cresce, sbaglia, impara e va forte.

Eppure, ogni volta che se ne parla, il discorso devia. Sempre lì. Sempre sui fratelli Márquez. Il problema di Quiles è che ha avuto il talento e la fortuna (che tanti non hanno) di guadagnarsi il supporto economico e manageriale di uno dei piloti più influenti mediaticamente degli ultimi vent’anni. Quiles fa parte di Vertical, agenzia manageriale fondata dai fratelli Marquez, ed è quindi cresciuto sportivamente nella loro orbita,  allenandosi nelle loro stesse strutture (spesso con loro) e ricevendo supporto tecnico, consigli e indirizzo professionali. 

Ma la cosa che la gente e soprattutto i giornalisti ed espertoni di motociclismo di tutto il mondo devono capire è che Quiles non è “quello di Marc Márquez”. Non è “il protetto”. Non è “l’ombra”È Máximo Quiles. Punto. E il problema non deve essere crescere con un supporto enorme, perché non toglie nulla a quello che dà in pista. Uno che non se lo merita i fatelli Marquez non lo avrebbero mai aiutato. Il problema è che spesso abbiamo un talento enorme per creare idoli, divorarli e poi chiederci perché non reggono la pressione.

E la storia si sta ripetendo, identica. Ogni articolo che lo collega ossessivamente a Marc Márquez non lo aiuta. Ogni titolo che strizza l’occhio al cognome più pesante della MotoGP non lo valorizza, anzi lo schiaccia. Perché Marc Márquez non è un riferimento neutro ma rischia di essere un buco nero mediatico. Tutto quello che gli gira attorno perde identità. Esattamente come succedeva con Valentino Rossi e i ragazzi della VR46 Riders Academy. Da tanta gente anche Pecco Bagnaia, nonostante abbia due titoli mondiali in MotoGP, viene “sminuito” per essere cresciuto sotto l’ala del pilota più importante della storia.

E usare Marc per raccontare Quiles è pigro. È comodo. Ma è anche pericoloso. Máximo Quiles non ha bisogno di essere venduto così. Se serve appoggiarsi a un altro nome per renderlo interessante, allora non abbiamo capito niente, e soprattutto: non stiamo facendo il suo bene. Il ragazzo è 2008 e ha quasi 18 anni. Sta costruendo ora il suo modo di stare nel paddock, di gestire le aspettative, di reggere le sconfitte. E ogni volta che gli viene appiccicata addosso l’etichetta del “ragazzo dei Marquez”, quel percorso si deforma.

Non si cresce sotto una lente d’ingrandimento che non hai scelto. Non si diventa campioni vivendo nel riflesso di qualcun altro. E dietro ogni campionissimo c’è un altro nome altrettanto grande che lo ha aiutato. Valentino ha avuto dietro Graziano Rossi e Carlo Pernat, lo stesso Marc Marquez ha avuto Emilio Alzamora. Eppure non hanno mai avuto questo problema e non hanno avuto quella pressione che i ragazzi cresciuti con Valentino e Marquez hanno. 

Abbiamo bisogno di nuovi volti veri, non di cloni mediatici. La MotoGP ha bisogno di una generazione che non venga raccontata solo per nostalgia o continuità forzata. E Quiles è uno di quelli che possono guidarla. E sicuramente lo farà. Ma solo se smettiamo di tirarlo per la giacca. Solo se smettiamo di usarlo come appendice narrativa. Solo se iniziamo a parlare di lui per quello che fa in pista.

Giù le mani da Máximo Quiles. Prima che diventi l’ennesimo talento caricato di aspettative sbagliate. Prima che il rumore copra il lavoro. La MotoGP del futuro non si costruisce con i paragoni. Si costruisce con il rispetto dei tempi.

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